Archivio per la categoria ‘Tra cielo e terra’

Responsabilità

Pubblicato: 4 giugno 2016 da Francesco Lacarbonara in La stanza di Sophia, Tra cielo e terra
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vaticanoterzo

RaissaEmmanuelSimone-241x300 Un giovane Lévinas con la moglie e la figlia

Emanuel Lévinas (1906-1995) testo tratto da un’intervista (per l’integrale, clicca qui)

La responsabilità di cui parlo è assai più paradossale. Il punto su cui insisto è che quando si è responsabili, si risponde sempre di un altro uomo. Noi, certo, possiamo ignorarlo, ma in realtà siamo responsabili anche di ciò che è successo poco fa a colui che è passato vicino a noi. Questa è la responsabilità. Noi siamo responsabili, come se fossimo colpevoli di fronte a tutti gli altri. Cito, a questo proposito, ancora una volta, il “versetto” – perché nei grandi scrittori le proposizioni sono dei versetti e di conseguenza i versetti sono assai spesso le proposizioni dei grandi autori – la frase di Dostojevskij: “Siamo tutti colpevoli – non responsabili, colpevoli – di tutto verso tutti ed io più di tutti gli altri”. Questo “io più che tutti…

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Il futuro ha un cuore di tenda

Pubblicato: 6 aprile 2016 da Francesco Lacarbonara in Tra cielo e terra
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Dopo la mietitura

Balla di fieno con fico

 

“Ciascuno di noi deve adottare verso se stesso questa medesima attività germinale, positiva, solare, gloriosa, vitale. Preoccupiamoci prima di tutto non dei difetti, delle debolezze che mordono la nostra vita, ma di nutrire un amore grande, di avere ideali forti, di coltivare venerazione profonda per le forze di bontà, di attenzione, di misericordia, di accoglienza, di libertà, di giustizia, di pace che Dio ha seminato dentro di noi.

Facciamo che esse erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro bellezza, in tutta la loro carica vitale, e vedremo le tenebre diradarsi e la zizzania senza più terreno. E tutto il nostro essere fiorirà nella luce.

Dobbiamo conquistare lo sguardo di Dio: gli occhi dei suoi figli, Dio li vuole pieni di dolce speranza, come i suoi, volti al futuro.

Allora guardo gli altri come li guarda Dio, cerco germogli di buon grano, l’orma viva del sole, il positivo, la spiga immancabile, la spiga certa, il lievito inflessibile, il granellino di senapa irresistibile e tenace. Solo il bene rivela l’uomo. La zizzania non è verità, è parassita, è nemica. Il male non è rivelatore della verità dell’uomo. (…)

Perché agli occhi di Dio, una spiga di buon grano, che maturerà all’inizio dell’estate, conta più di tutta la zizzania del campo, che scolora la primavera di adesso.”

Tratto da: Ermes Ronchi, Il futuro ha un cuore di tenda, a cura di Luca Buccheri, Edizioni Romena, 2010

Fraternità di Romena

L’ultimo Giornalino: L’infinita pazienza di ricominciare – Dicembre 2015

Foto di

Francesco Lacarbonara 

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Il Pellegrinaggio ai Sepolcri

Posta di perdoni in adorazione davanti all’altare della reposizione

Sono le 15 del Giovedì Santo, il Pellegrinaggio ai Sepolcri sta per avere  inizio e con esso si aprono i riti della Settimana Santa di Taranto.

Dal portone principale della Chiesa del Carmine, in piazza Giovanni XXIII, escono le poste dirette a far visita ai Sepolcri allestiti nelle chiese della città vecchia; le poste dirette ai Sepolcri della città nuova escono invece dall’ingresso della sagrestia, in via Giovinazzi. L’uscita della prima posta, è fissato per le ore 15 del Giovedì Santo, seguono poi a intervalli regolari le altre coppie di perdùne – in tutto sono circa cinquanta. I confratelli avanzano a passo lentissimo, alzando quel tanto che basta, ora l’uno, ora l’altro piede, per farlo ricadere quasi sullo stesso punto della strada, accompagnandosi con un tipico, estenuante, dondolio  chiamato ‘a nazzecàte. Il completamento dell’intero percorso può richiedere così diverse ore – pur essendo relativamente breve – e il Pellegrinaggio prosegue per tutta la serata fino alla mezzanotte, per riprendere poi la mattina presto del Venerdì Santo e concludersi intorno alle undici. Può capitare, la mattina del Venerdì Santo, che i confratelli del Carmine incrocino quelli dell’Addolorata, ancora intenti nella loro Processione, uscita la mezzanotte del giorno prima dal Tempio di San Domenico nella città vecchia; quando ciò avviene si genuflettono in segno di riverenza davanti alla Croce dei Misteri e alla statua dell’Addolorata. L’ultima posta ad uscire dalla Chiesa del Carmine nella tarda serata del Giovedì Santo prende il nome di ‘u serrachiése ad indicare il compito di chiudere, serrare, le chiese per l’approssimarsi della notte. Nicola Caputo – noto studioso e appassionato cultore delle tradizioni tarantine, che ai riti della Settimana Santa ha dedicato numerose opere – avanza a tal proposito una suggestiva ipotesi: il termine serrachiése potrebbe derivare anche da“serraschiere” con il quale si indicava nell’impero ottomano il comandante supremo delle forze armate che ordinava l’uscita e, per l’appunto, il rientro delle truppe; così da serraschiere si sarebbe passati, nel nostro caso, a serrachiese (Cf  N. Caputo, I giorni del Perdono, Taranto 1995, 40).

Chiesa del Carmine, particolare

Le chiese da visitare nel giro della città nuova sono: San Francesco di Paola, SS. Crocifisso e San Pasquale. Le poste dirette ai Sepolcri della città vecchia visitano invece le chiese di San Giuseppe, San Domenico, Basilica cattedrale (San Cataldo) e Sant’Agostino. Il loro numero si è notevolmente ridotto rispetto al passato, molte di esse infatti sono state distrutte o trasformate in Rettorie, per le quali non è concesso allestire il Sepolcro. A partire dagli anni sessanta discutibili scelte di politica industriale a livello nazionale e una certa miopia da parte degli amministratori locali nel valutare il peso delle loro decisioni in fatto di gestione del territorio, hanno determinato lo spostamento in massa della popolazione tarantina dalla città vecchia verso aree periferiche, del tutto anonime e prive delle necessarie strutture di carattere associativo – i famosi “quartieri dormitorio”. La città vecchia, abbandonata da gran parte dei suoi abitanti, ha subito così un lento e inesorabile declino, il cui esito è ancora oggi davanti agli occhi di tutti, nonostante i numerosi progetti di recupero urbanistico e i tanti cantieri aperti nel corso degli anni. Gli ultimi importanti interventi di risanamento e riqualificazione urbana del centro storico di Taranto fanno però sperare in una sua rinascita, ne è esempio la riapertura, anche se non ancora al culto, di molte delle sue splendide chiese.

Cambio delle poste per l’adorazione

Attualmente è solo la Confraternita del Carmine a compiere il Pellegrinaggio ai Sepolcri, ma in passato esso veniva svolto da tutte le confraternite tarantine ancora attive. Facilmente i numerosi e colorati cortei si incontravano lungo il percorso, e quando ciò avveniva i confratelli si salutavano con ‘u salamelìcche – il salamalecco –  parola di origine araba che si rifà all’espressione al-salām ʿalaykum – “la pace sia con voi” – che in ambito islamico costituisce la maniera appropriata di salutare un proprio correligionario. Una sorta quindi di omaggio reciproco ancora oggi praticato dalle poste quando si incontrano nelle chiese o per le strade della città: nell’incrociarsi le coppie di perdùne si tolgono i cappelli e si salutano sbattendo contro il petto i rispettivi rosari e medaglioni.  Se si considera poi che ogni sodalizio portava in processione la troccola – strumento di legno finemente lavorato e  intarsiato che, se opportunamente agitato, produce il caratteristico suono, vero e proprio simbolo dei riti della Settimana Santa tarantina – si può ben immaginare il frastuono che si poteva avvertire per i vicoli e le stradine della città vecchia. A tal proposito in un atto notarile del 1708 si legge che il Vicario Capitolare fu addirittura costretto a proibirne l’uso (Cf Caputo, I giorni della Perdono, cit.). Nel 1875 fu invece l’allora sindaco f.f. Domenico Sebastio  ad intervenire con un’ordinanza, ma non ne cavò nulla in quanto quell’anno la troccola uscì regolarmente (ivi.). Per antico privilegio, sancito addirittura da sentenze di tribunale, ai confratelli del Carmine spettava – e spetta tuttora considerato che tale diritto non è mai stato abolito – la “dritta”, le poste del Carmine avevano cioè la precedenza su tutte le altre per quanto riguardava l’adorazione davanti al Sepolcro: al solo affacciarsi in chiesa dei confratelli del Carmine le coppie delle altre congreghe, anche se assorte in adorazione, si sarebbero dovute prontamente alzare per lasciare loro il posto. I Sepolcri sono impropriamente chiamati così: infatti non rappresentano il luogo in cui fu deposto il corpo di Gesù la sera della sua crocifissione – che avvenne di venerdì – ma vogliono ricordare l’istituzione del sacramento dell’Eucarestia da parte del Cristo durante l’Ultima Cena  – per l’appunto il Giovedì Santo. Tutto intorno agli altari delle chiese che li ospitano vengono preparate importanti scenografie, utilizzando per lo più fiori freschi, candele, stoffe colorate, fondali dipinti, piccole statue in cartapesta ecc. In passato non era raro l’uso della cera che, abilmente modellata,  donava all’insieme un’atmosfera più calda e di maggiore suggestione. Non mancano i cosiddetti piatti del Paradiso: bassi contenitori in cui sono stati fatti germogliare, al buio, grano, orzo e, a volte, leguminose. Le pallide, esili, piantine vengono poi avvolte da fogli di carta crespa colorata e collocate sugli altari. In passato, trascorsa la Settimana  Santa,  le mogli dei contadini passavano in chiesa a riprendersi i piatti benedetti e le piantine, sbriciolate nei campi, avrebbero dovuto garantire, o almeno così si sperava, una stagione favorevole e un abbondante raccolto.

Saluto tra i confratelli anziani

Al centro del Sepolcro viene posto il Repositorio che contiene l’Ostia consacrata, davanti alla quale i confratelli, con il cappuccio alzato, si inginocchiano per l’adorazione. Al sopraggiungere della coppia che segue alle loro spalle, questi si abbassano il cappuccio mentre quelli appena giunti, dopo una breve genuflessione, si portano sul lato destro dell’altare. Il confratello più “anziano” della coppia appena arrivata si avvicina al più “anziano” di quella ancora inginocchiata e gli sussurra in un orecchio: “Sia lodato Gesù e Maria”, al quale viene risposto al medesimo modo: “Sempre sia lodato”. Seguel’abbraccio tra le due poste, entrambe si genuflettono davanti al Sepolcro e per i confratelli appena giunti, dopo essersi inginocchiati e aver alzato i cappucci, può iniziare il momento di adorazione. Il Pellegrinaggio prosegue e le coppie si alternano regolarmente fino a concludersi, come abbiamo visto, nella tarda mattina del Venerdì Santo, con il rientro di tutte le poste alla Chiesa del Carmine. Poche ore ci separano dall’inizio della Processione dei Sacri Misteri, ma sono ore di calma apparente. Fedeli, turisti, semplici curiosi, confluiscono da ogni dove nelle vie del centro, per accalcarsi di fronte all’ingresso della chiesa. Tutta la città sembra ora fermarsi, quasi a voler trattenere il respiro, nell’attesa che il portone principale si riapri e lasci intravedere la sagoma del troccolante. Il lungo corteo dei confratelli incappucciati, uniti in un silenzioso raccoglimento, lentamente andrà sgranandosi tra le vie del borgo: i riti della Settimana Santa tarantina stanno per rivivere uno dei suoi momenti più intensi ed emozionanti. (Fine)

Ritratto di Perdone

Ritratto di Perdone

  Informazioni, notizie storiche, aneddoti e curiosità sui riti della Settimana Santa di Taranto, contenuti in questo e nei precedenti articoli, sono stati tratti in massima parte dalle opere di Nicola Caputo al quale rivolgiamo un doveroso ringraziamento per l’infaticabile lavoro di ricerca e conservazione delle tradizioni popolari tarantine. Per le indicazioni bibliografiche e le note al testo ci permettiamo di rinviare a: F. Lacarbonara, Il cammino dei Perdoni. Il Pellegrinaggio ai Sepolcri nei riti della Settimana Santa di Taranto, in «Spicilegia Sallentina», 7 (2010), 87-96.

Testo e foto di:

Francesco Lacarbonara 

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I Perdoni
Posta di Perdoni

Posta di Perdoni

Sono loro, le perdùne (i perdoni) – a incarnare l’anima più profonda e autentica dei riti della Settimana Santa tarantina, almeno per quanto riguarda le processioni portate avanti dalla Confraternita del Carmine. A tal proposito corre l’obbligo di precisare che col termine perdùne si indicano solo i confratelli di questa congrega, mentre i membri di tutte le altre confraternite sono chiamati più comunemente le fratelle (i fratelli). Fedeli alla vecchia regola dei Carmelitani scalzi, essi solo percorrono l’intero tragitto del Pellegrinaggio ai Sepolcri e della Processione dei Misteri a piedi scalzi, quasi a voler rimarcare con questo sacrificio il loro intento penitenziale; in tutte le altre occasioni invece i confratelli del Carmine indossano scarpe bianche con coccarda blu sul dorso e calze nere.

Posta di perdoni, particolare

L’abito di rito si compone di un ampio camice bianco, detto anche sacco, stretto in vita da un cordoncino e lungo fino a metà gamba, per rendere ben visibile i piedi nudi. Infilati sul camice, due grandi scapolari o abitini di panno nero o blu scuro recano la scritta, ciascuno, o Decor oCarmeli. Della coppia di confratelli, il più anziano – per anzianità è da intendersi qui quella di appartenenza alla Confraternita – sarà sempre quello disposto a destra (a sinistra per chi guarda) e porterà sul davanti lo scapolare con su scritto Decor e sul di dietro quello con su scrittoCarmeli. L’altro confratello, per consentire a chi guarda di poter leggere sempre la scritta Decor Carmeli sia che si ponga di fronte sia che si ponga dietro la coppia, avrà gli scapolari invertiti:Decor sul di dietro e Carmeli sul davanti; il Priore e gli assistenti indossano, a ragione del loro ruolo, scapolari ricamati con fregi dorati e argentati.

Abito di rito, particolare

A ricordo del flagello che percosse il Cristo scende, a sinistra dello scapolare anteriore, una cinghia scura, mentre a destra si può osservare un ricco medagliere e una lunga corona del rosario. Una mantellina color crema detta mozzetta – formata da un unico pezzo di lana di forma circolare e chiusa sul davanti da 22 bottoni ricoperti di stoffa nera – viene posta sul camice fino a ricoprire interamente il busto e il dorso del confratello. In occasione dei riti della Settimana Santa un lungo cappuccio bianco con due minuscoli forellini all’altezza degli occhi è calato interamente sul volto del confratello, mentre in tutte le altre manifestazioni è portato alzato sulla testa. L’abito è completato da un cappello nero – orlato con un nastro azzurro che scende da entrambi i lati del cappuccio – da un paio di guanti bianchi e da una lunga asta, bianca anch’essa, sormontata da un pomello nero, detta mazza obordone.

Croce dei Misteri

Durante il rito del Pellegrinaggio ai Sepolcri il cappello è portato in testa, per la Processione dei Misteri è calato invece dietro le spalle, ad eccezione del troccolante – il confratello che si è aggiudicato l’ambito simbolo della troccola e probabilmente il più significativo di tutta la Processione – che lo indossa sempre. Il rito della vestizione si svolge nell’oratorio della confraternita, sotto lo sguardo attento dei responsabili e dei fratelli più anziani, pronti a curare ogni minimo dettaglio. Compiuti gli ultimi preparativi la posta – ossia le coppie di perdoni che partecipano ai riti, ad eccezione dei portatori dei simulacri e dei singoli simboli – chiamata da un membro del consiglio di amministrazione del sodalizio, si appresta ad uscire, non senza aver reso prima omaggio alla Croce dei Misteri posta in un angolo dell’oratorio.

Le poste sono numerate – prima, seconda, terza, e così via – per stabilire l’ordine di uscita dalla Chiesa del Carmine in occasione del Pellegrinaggio ai Sepolcri e per indicare la loro giusta collocazione in seno alla Processione dei Sacri Misteri; il tutto si svolge in una composta atmosfera di intima commozione e partecipazione sincera. A’ prima posta – letteralmente: la prima posta, ancora oggi la più ambita – diretta ai Sepolcri della città vecchia, come quella diretta ai Sepolcri della città nuova, si appresta così ad uscire dalla Chiesa del Carmine.

Sono le 15 del Giovedì Santo, il Pellegrinaggio ai Sepolcri ha inizio e con esso si aprono i riti della Settimana Santa di Taranto.

Chiesa del Carmine, altare della reposizione

(Fine terza parte)

Testo e foto di:

Francesco Lacarbonara 

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Le “gare”

Riprendiamo il nostro viaggio alla scoperta dei riti e delle tradizioni della Settimana Santa tarantina con la descrizione di uno dei suoi momenti più significativi: le “gare”.

Posta di Perdoni

Il privilegio di portare in processione i simulacri, o di ricoprire un ruolo attivo durante le stesse, doveva essere particolarmente ambito se già a partire dai primi anni del XIX secolo si ha notizia di “offerte” o di “pie oblazioni” da parte dei confratelli. Contributi, questi, ben accetti dalle congreghe se si decise, considerato anche l’aumentare dei confratelli che facevano richiesta di partecipazione ai riti, di procedere a vere e proprie “gare” o “aste”. Da allora la tradizione si è trasmessa fino ai giorni nostri e il termine con cui sono indicate queste assemblee è rimasto immutato.

Il meccanismo è quello di una vera e propria asta con aggiudicazione finale al miglior offerente e viene indetta sia dalla Confraternita del Carmine sia da quella dell’Addolorata per coprire i notevoli costi che le processioni comportano (tra bande musicali, addobbi floreali, artigiani per l’allestimento del Sepolcro e la manutenzione dei simulacri ecc.). Oltre a ciò l’offerta in denaro viene impiegata anche per iniziative benefiche di varia natura a favore del sodalizio e della parrocchia di appartenenza. Dal 1979, per rispetto nei confronti dei luoghi sacri, le “aste” non hanno più luogo in chiesa ma in altri locali. Le assemblee, che per tradizione si svolgono sempre la sera della Domenica delle Palme, sono riservate ai soli confratelli (anche se c’è sempre qualcuno che riesce a intrufolarsi vinto da insanabile curiosità) e vengono convocate dai rispettivi priori.

La Troccola, particolare

Dietro un lungo tavolo sul quale è appoggiata la troccola – strumento di legno finemente lavorato e intarsiato che, se opportunamente agitato, produce il caratteristico suono, simbolo dei riti della Settimana Santa tarantina – siedono il Padre spirituale, che apre la “gara” con una orazione, il Priore della congrega e gli altri componenti del consiglio di amministrazione. Oltre alla troccola, sul tavolo, sono disposte anche due candele accese e un campanello che, agitato dalla mano del Priore, sancirà l’aggiudicazione del simbolo o del simulacro, messi in “gara” uno per volta. Il segretario della congrega scandisce a voce alta le varie offerte e per le statue, che sono portate a spalla da quattro persone, è un confratello che si fa portavoce in rappresentanza del suo “gruppo”. Le offerte si susseguono una dopo l’altra fino a quando viene annunciata l’ultima chiamata in cui vengono scanditi:

1. nome del simbolo o del simulacro 2. nome e cognome dell’offerente 3. la somma che l’offerente dichiara di essere disposto a versare. A questo punto, se non vi sono altre offerte, un vigoroso scampanellio da parte del Priore sancisce l’aggiudicazione della statua o del simbolo messo in “gara”. Il confratello del Carmine dovrà versare subito un congruo anticipo per poi saldare il tutto entro e non oltre il Venerdì Santo, giorno dell’uscita della processione, mentre nel caso delle “aste” indette dalla Confraternita dell’Addolorata, i confratelli dovranno versare seduta stante la somma offerta. Terminate le “gare” e aggiudicati i simboli e i simulacri, l’attesa dei confratelli e di tutti i devoti è ormai rivolta al primo pomeriggio del Giovedì Santo, quando dalla chiesa del Carmine l’uscita delle prime poste di perdoni segnerà l’inizio dei riti della Settimana Santa tarantina.

(Fine seconda parte)

Testo e foto di:

Francesco Lacarbonara 

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Il cammino dei Perdoni
1 Poste di Perdoni

Processione dei Sacri Misteri, poste di perdoni

Raccontare i riti della Settimana Santa di Taranto, per chi a Taranto è nato è vissuto come me, non è impresa facile. Basterebbe poco, infatti, per lasciarsi trascinare dai ricordi delle tante processioni alle quali si è assistito fin da bambino, col rischio di scivolare così in un nostalgico sentimentalismo che, seppur onesto e legittimo in quanto espressione di un sano attaccamento alle proprie origini, non renderebbe ragione della complessità del fenomeno che stiamo per trattare.

Non sarebbe però neppure corretto ridurre il tutto a una mera, e alquanto asettica, operazione di ricerca storico-antropologica (con i relativi risvolti sociali e psicologici) nel tentativo, forse vano, di analizzare razionalmente un evento che, a ventunesimo secolo ormai avanzato, continua a riproporsi con lo stesso immutato carico di coinvolgimento emotivo, vuoi per chi del rito è protagonista, vuoi per chi al rito partecipa come semplice, ma mai indifferente, spettatore.

Croce dei Misteri, particolare

Proveremo allora ad accostarci al rito della Perdonanza tarantina con la giusta dose di curiosità per una “sacra rappresentazione” che torna ad inscenarsi nuovamente tra le vie del borgo e della città vecchia di Taranto. Ma lo faremo anche con il dovuto rispetto per coloro che vivono la Settimana Santa con spirito di fede e devozione e, anche se solo per pochi giorni, si apprestano a trascendere i confini della quotidianità per affacciarsi, con un sentimento misto di timore e tremore, nella dimensione del sacro e del mistero. Seguiremo in particolare il rito del Pellegrinaggio ai Sepolcri, oggi svolto solo dai confratelli della Confraternita di Maria SS. del Monte Carmelo. Ci occuperemo in un secondo momento del rito della Processione dei Sacri Misteri (condotto anch’esso dai confratelli del Carmine) e di quello della Processione della B.V. Addolorata, tanto cara a tutti i tarantini e portata avanti, con devozione sincera e immutato attaccamento alle tradizioni, dai confratelli della Confraternita di Maria SS. Addolorata e San Domenico. Tale confraternita fu fondata nel 1670 dai Padri Domenicani che prestavano servizio nel Tempio di San Domenico, situato nella parte più alta della città vecchia di Taranto; il Tempio fu edificato nel 1302 sulle fondamenta di una Chiesa probabilmente sorta agli inizi del XIII secolo e fu solo a partire dal 1870 che la Confraternita assunse il titolo di San Domenico e dell’Addolorata.

Le origini Occorre risalire al XVI secolo, periodo che vede Taranto sotto la dominazione spagnola, per ritrovare le prime tracce dei riti della Settimana Santa tarantina. Le numerose e nobili famiglie spagnole residenti in cittàintrodussero e diffusero tra la popolazione locale usi e costumi importati dalla madre patria, anche a carattere religioso. Nascono così le prime confraternite e hanno inizio i primi pellegrinaggi, come avveniva già da diverso tempo in molte città della Spagna, quali, ad esempio, Siviglia, Saragozza, Malaga e Barcellona. A questo periodo però si deve far risalire solo il rito del Pellegrinaggio ai Sepolcri, che si svolgeva la mattina del Venerdì Santo da parte delle confraternite già allora esistenti in città. È probabile però che forme di devozione nei confronti dei sepolcri fossero diffuse già da prima, sulla scia di quanto raccontato nella Peregrinatio Aetheriae, nota anche come Itinerarium Egeria. Eteria, o Egeria – probabilmente una donna facoltosa di origine spagnola vissuta tra il IV e il V secolo – descrive in una lettera, scritta in un latino colloquiale, i luoghi da lei visitati durante un suo pellegrinaggio in Terrasanta. Dal suo racconto, ricco di particolari curiosi, si sarebbe iniziato a rappresentare nelle chiese scene riproducenti i luoghi santi, con il chiaro intento di riproporre i momenti più significativi della Passione e della Morte di Cristo, il tutto offerto alla devozione popolare.

Processione dei Sacri Misteri, Gesù Morto

Processione dei Sacri Misteri, Gesù Morto

Per le processioni dell’Addolorata e per quella dei Misteri si dovrà invece aspettare la metà del XVIII secolo, ma per raccontarne le origini occorre fare prima un piccolo passo indietro. Tra la fine del 1600 e gli inizi del 1700 Don Diego Calò, discendente della omonima famiglia giunta a Taranto nel 1580, ordinò e fece venire da Napoli due statue, di cartapesta e di autore ignoto, quella dell’Addolorata e quella di Cristo Morto, per essere custodite nella cappella gentilizia del suo palazzo. In occasione del Venerdì Santo venivano invitate dal patrizio tarantino tutte le confraternite per portare in processione i suddetti simulacri tra le vie della città vecchia che a quel tempo, ma sarà così fino a ben oltre metà ottocento, rappresentava la sola area urbanizzata. La pia tradizione famigliare si trasmise fino al 1765, allorquando un suo discendente, Don Francescantonio Calò, fece dono delle due statue alla Confraternita Maria SS. Del Monte Carmelo, fondata ufficialmente il 10 Agosto del 1675 con un decreto dell’allora Arcivescovo di Taranto Mons. Tommaso Sarria. Diversi documenti riportano invece come data di fondazione il 1577, anno in cui la comunità dei frati Carmelitani si trasferì dalla Chiesa della Madonna della Pace, nella città vecchia, alla Chiesa di Santa Maria extra moenia, detta Chiesa della “Misericordia”, e per l’appunto nel 1577 dedicata alla Vergine del Carmelo.

Fu così che il Venerdì Santo del 1765 i due simulacri varcarono per l’ultima volta il portone di Palazzo Calò per raggiungere in processione quella che diventerà la loro sede definitiva, la Chiesa del Carmine extra moenia, ovvero in aperta campagna, in quello che è diventato adesso il cuore del borgo di Taranto, nella città nuova.

Questi due simulacri, più volte restaurati nel corso degli anni per ovviare all’inevitabile usura del tempo, sono gli stessi che vengono portati in processione ancora oggi dalla Confraternita del Carmine, insieme ad altre statue che si sono aggiunte nel corso degli anni, a completare il racconto plastico della Passione e Morte di Gesù mediante la raffigurazione dei suoi momenti più drammatici e significativi.

La Troccola, particolare

(Fine prima parte)

Testo e foto di:

Francesco Lacarbonara 

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Lorenzo Milani

(1923-1967) priore di Barbiana, Lettera ai giudici del 18 ottobre 1965: valore della scuola popolare di Barbiana.

Da Archivum, cit.,

L’occasione per chiarificare ulteriormente il valore civile della propria opera di sacerdote-insegnante, don Milani l’ebbe in conseguenza della propria lettera ai cappellani militari sul tema dell’obiezione di coscienza; lettera per la quale fu processato per apologia di reato. Quella che segue è una parte dell’apologia che mandò al processo, non potendo essere presente per la malattia.

A questo punto mi occorre spiegare il problema di fondo di ogni vera scuola. E siamo giunti, io penso, alla chiave di questo processo perché io maestro sono accusato di apologia di reato cioè di scuola cattiva. Bisognerà accordarsi dunque su ciò che è scuola buona. La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede tra il passato…

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Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúia: posuísti super me manum tuam, allelúia: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúia, allelúia.

Sono risorto, sono sempre con te; tu hai posto su di me la tua mano, è stupenda per me la tua saggezza.Alleluia.
(Cf Sal 138,18.5-6)

«La liturgia eucaristica del giorno di Pasqua si apre con l’introito Resurrexi, il cui testo è tratto dal Salmo 138, posto sulle labbra del Cristo risorto, nel suo intimo dialogo con il Padre delle misericordie, che lo ha ridestato dal sonno della morte. La melodia indugia su un tema di gioia trattenuta, simile alle tinte di un’albeggiare nuovo, quando le tenebre si stanno diradando e la luce non ha ancora raggiunto il punto più abbagliante del suo splendore. È una gioia sussurrata, appena destata dalla notte del silenzio, il primo canto del Primogenito tra i morti…

Resurrexi. “Sono risorto”

Tutto il suo esistere, tutto il suo essere, tutto il suo ben-essere, in questo mattino, come un albero in fiore, come un albero da frutto.

Et adhuc Tecum sum… “E sono sempre con Te…”.

Si stupisce, si meraviglia di ritrovarsi con il Padre, e questo stupore divino è primavera, alla radice di ogni primavera.

Resurrexi… “Sono risorto…”.
Parla in prima Personae, per primo, parla della morte al passato! Si sente fresco e vivo; si sente vivere sino alle estremità del mondo che raggiunge con il suo dito; prende il mondo a piene mani, con foglie nuove, delicatamente, e riceve da ogni dove doni di luce, come Egli stesso ne dona.

Fotosintesi del Vivente. Si dona, si “stira” come ci si stira al risveglio; si sente vivere e respirare in tutto quel suo grande Corpo possibile, che egli scopre come suo, e che è la sua Chiesa neonata.»

François Cassingena-Trévedy osb

Monastero di Bose

Mentre il silenzio fasciava la terra

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Mentre il silenzio fasciava la terra
e la notte era a metà del suo corso,
tu sei disceso, o Verbo di Dio,
in solitudine e più alto silenzio.

La creazione ti grida in silenzio,
la profezia da sempre ti annuncia,
ma il mistero ha ora una voce,
al tuo vagito il silenzio è più fondo.

E pure noi facciamo silenzio,
più che parole il silenzio lo canti,
il cuore ascolti quest’unico Verbo
che ora parla con voce di uomo.

A te, Gesù, meraviglia del mondo,
Dio che vivi nel cuore dell’uomo,
Dio nascosto in carne mortale,
a te l’amore che canta in silenzio.

(Padre David Maria Turoldo)

Giotto, particolare della Natività, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Sono gli evangelisti Luca e Matteo i primi a descrivere la Natività. Nei loro brani c’è già tutta la sacra rappresentazione che a partire dal medioevo prenderà il nome latino di praesepium ovvero recinto chiuso, mangiatoia. Si narra infatti della umile nascita di Gesù, come riporta Luca, “in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo” (Ev., 2,7); dell’annunzio dato ai pastori; dei magi venuti da oriente seguendo la stella per adorare il Bambino che i prodigi del cielo annunciano già re. Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell’infante e la verginità di Maria.

Adorazione dei magi, Sandro Botticelli, circa 1475.

Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l’adorazione dei Magi, ai quali il vangelo apocrifo armeno assegna i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma soprattutto si caricano di significati allegorici i personaggi dei quali si va arricchendo l’originale iconografia: il bue e l’asino, aggiunti da Origene, interprete delle profezie di Abacuc e Isaia, divengono simboli del popolo ebreo e dei pagani; i Magi il cui numero di tre, fissato da S. Leone Magno, ne permette una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico; gli angeli, esempi di creature superiori; i pastori come l’umanità da redimere e infine Maria e Giuseppe rappresentati a partire dal XIII secolo, in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante.  Anche i doni dei Magi sono interpretati con riferimento alla duplice natura di Gesù e alla sua regalità: l’incenso, per la sua Divinità, la mirra, per il suo essere uomo, l’oro perché dono riservato ai re.

A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e dell Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma. In queste opere dove si fa evidente l’influsso orientale, l’ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato.

Il presepe di Greccio, Storie di San Francesco nella Basilica superiore di Assisi, attribuite a Giotto.

Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri. Il presepio come lo vediamo realizzare ancor oggi ha origine, secondo la tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme, con personaggi reali, pastori, contadini, frati e nobili tutti coinvolti nella rievocazione che ebbe luogo a Greccio la notte di Natale del 1223; episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi.

Primo esempio di presepe inanimato, a noi pervenuto, è invece quello che Arnolfo di Cambio scolpirà nel legno nel 1280 e del quale oggi si conservano le statue residue nella cripta della Cappella Sistina di S. Maria Maggiore in Roma. Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all’interno delle chiese nel periodonatalizio. Culla di tale attività artistica fu la Toscana ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.

Nel ‘600 e ‘700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un’impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate. Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l’impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell’epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari. Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani.

 

A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi

Presepe genovese: statuette della Scuola dello scultore Anton Maria Maragliano raffiguranti un gruppo di popolane intente alla vendita di articoli da presepe.

di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio. In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l’uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola. Sempre nel ‘700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia.

La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel ‘800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali – statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro – forniti da un fiorente artigianato. In questo secolo si caratterizza l’arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l’uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa. A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti. Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De’ Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.

Il presepe di Piazza di Spagna a Roma.

Oggi dopo l’affievolirsi della tradizione negli anni ’60 e ’70, causata anche dall’introduzione dell’albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all’impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, Mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell’Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d’Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.

(Fonte: http://www.arcidiocesigaeta.it)

Crediti

Presepe genovese: Rinina25 & Twice25 su licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Generico.

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