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di Federica Sgorbissa324233main_hs-2009-15-a-print_full

Diciannove anni di osservazione: questo è custodito negli archivi del telescopio spaziale Hubble. L’immagine qui sopra è una ricostruzione artistica di HR 8799b uno dei tre pianeti extrasolari che orbitano intorno a HR 8799, una giovane stella a circa 130 anni luce dalla Terra. I tre pianeti sono stati scoperti fra il 2007 e il 2008 osservando attraverso nuove tecniche le immagini in archivio (scattate nel 1998).

(Fonte: Oggi Scienza La ricerca e i suoi protagonisti)

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“Bella, intelligente, ricca, con una casa fatta per viverci bene e un’indole felice, Emma Woodhouse sembrava riunire alcuni dei beni più preziosi della vita”. Proprio come la protagonista del romanzo di Jane Austen, Emma Wedgwood (la più piccola di casa) sembrava non avere da desiderare niente più di quello che già la vita le offriva. La vivacità della sua indole, combinata all’illuminata educazione e alla liberalità della sua famiglia, le avrebbero tuttavia riservato un’esistenza movimentata fin dai primi anni della sua giovinezza, ben diversa da quella dell’omonima eroina letteraria.”

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Emma Wedgwood Darwin

Inizia così il libro “Emma Wedgwood Darwin. Ritratto di una vita, evoluzione di un’epoca”, Sironi editore, la prima biografia di Emma pubblicata in Italia.

Chiara Ceci, naturalista che si occupa di comunicazione della scienza e che ora lavora a Cambridge, alla Royal Society of Chemistry, ci racconta fin dall’infanzia la storia di Emma Wedgwood, compagna di vita del celebre naturalista che ha formulato la teoria dell’evoluzione.

E sembra effettivamente di trovarsi in uno dei romanzi di Jane Austen, tra visite ai parenti, passeggiate nella campagna inglese e servizi da tè. Ma i personaggi che popolano questa biografia sono in realtà profondamente diversi da quelli letterari: le donne della famiglia Wedgwood hanno studiato e viaggiato tanto quanto gli uomini, non sono spinte dalla famiglia al matrimonio né lo cercano fin da giovani. Si tratta di una famiglia fuori dall’ordinario che, nel corso del tempo, ha visto nascere imprenditori, filantropi, intellettuali, politici.

Il libro mostra come, con la sua cultura e intelligenza, Emma fu molto più che una spettatrice del lavoro del marito, e che ebbe un ruolo fondamentale nella pubblicazione di una delle opere scientifiche più importanti di tutti i tempi: “L’origine delle specie”.

Il libro racconta i cambiamenti di un periodo storico importante che va dalla fine delle guerre napoleoniche e attraversa l’epoca vittoriana, con le sue contraddizioni e le sue conquiste.  Il libro insomma parla di storia, di Emma, di Charles, ma parla soprattutto di scienza e di vita.

Crediti immagine: George Richmond, Wikimedia Commons

(Pubblicato da Livia Marin su Oggi Scienza La ricerca e i suoi protagonisti)

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copertinaSiamo a Baghdad, all’incirca nel 762 dC. Il neonato Islam sta pian piano espandendo la sua influenza nel mondo arabo, prima di allargarsi all’Europa e all’Africa del nord. Queste sono le coordinate della storia raccontata dal fisico inglese di origine irachena Jim Al-Khalili nel saggio La casa della saggezza – L’epoca d’oro della scienza araba edito da Bollati Boringhieri. In terra araba quello che temporalmente per noi è il Medioevo è un fiorire di mecenatismo e grandi pensatori, di nuove conoscenze e fibrillazione intellettuale.

Tre sono i fattori che secondo Al-Khalili spingono la scienza a imporsi nel mondo arabo a partire dalla seconda metà del secolo VIII. Innanzitutto, l’esigenza di tradurre in arabo i libri persiani e greci. Quindi l’imporsi di nuove tecnologie, come la carta, che favorirono la circolazione di testi e la proliferazione di traduzioni e nuove versioni di classici greci e persiani, sempre più corretti e precisi. Infine un ruolo non marginale fu l’interesse crescente per l’astrologia zoroastriana, che spinse i mecenati a finanziare progetti di astronomia. Nessun lapsus: fu proprio l’astrologia un grande motore di conoscenza astronomica. La commistione fra quello che oggi distingueremmo in scientifico e pseudoscientifico era in quel contesto storico perfettamente nella norma e per nulla limitante: lo dimostra anche la feconda unione fra alchimia (al-Kimiya) e chimica (Kimiya) nell’opera di Jâbir ibn Hayyân, noto in Occidente col nome Geber l’alchimista.

Dopo la fondazione avvenuta nel 762 Baghdad divenne così il centro del mondo scientifico. Il califfo abbaside al-Ma’mun fu un mecenate entusiasta e fondò il cuore pulsante di questo movimento culturale, la “Casa della Saggezza” (Bayt al-Hikma), che dà il titolo italiano al saggio. Il titolo originale inglese, invece, è Pathfinders (pionieri) e reca un tributo ai protagonisti che popolavano la Casa della Saggezza di Baghdad: dai tre fratelli Banū Mūsā, autori di opere ingegneristiche d’avanguardia al grande matematico al-Khwārizmī, padre dell’algebra, che importò nel mondo arabo i numeri indiani, da noi tutt’ora usati ed erroneamente chiamati numeri arabi. E come non citare il “biologo” Abu Uthman al-Jahith, autore di un pionieristico libro di classificazione degli animali?

Al-Khalili, docente di Fisica Teoria all’Università del Surrey e già autore de La fisica del diavolo, qui sveste i panni del fisico teorico per indossare quelli dello storico: La casa della saggezza è un libro vivace che, pagina dopo pagina, contribuisce a minare alle fondamenta una serie di luoghi comuni sulla scienza, sul suo rapporto col mondo arabo e con quello occidentale. Al-Khalili è un grande esperto di storia della scienza araba e ha curato, per la BBC, la serie di documentari Science and Islam.

La casa della saggezza contribuisce a ricordare la straordinaria dignità della scienza extraeuropea, troppo spesso offuscata dai grandi nomi della rivoluzione scientifica occidentale. Al-Khalili non nega l’importanza di quell’esperienza straordinaria che è l’epoca di Keplero, Galileo e Newton: tuttavia, la rivoluzione copernicana e il prosieguo della scienza in Europa hanno ben più di un debito nei confronti dei grandi uomini di cultura che per 700 anni hanno fatto del mondo arabo-islamico il punto di riferimento del mondo scientifico.

Pubblicato da Enrico Bergianti su Oggi Scienza La ricerca e i suoi protagonisti

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La rivincita dei tiratardi

Pubblicato: 20 settembre 2013 da Redazione pse in ScientificaMente
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di Federica Sgorbissa

All’Università di Liege, in Belgio, si scoprono i vantaggi di una vita da gufo

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Asio otus

A patto che rispettino i loro naturali ritmi di sonno, le persone che la mattina proprio non riescono a  svegliarsi presto (e che la sera non vanno a dormire prima che sia tardissimo) sembrano avere un vantaggio cognitivo sui mattinieri.

Christina Schmidt, dell’Università di Liege, in Belgio, lo ha scoperto analizzando le visualizzazioni cerebrali di alcuni volontari.

Due sono i fattori che controllano l’ora in cui andiamo a nanna. Il primo è determinato biologicamente: il nucleo soprachiasmatico, una zona del cervello regola, il ciclo circadiano e determina il modo in cui il nostro organismo si adatta all’alternrsi del giorno e della notte. A qualcuno questo “orologio biologico” dice di andare a dormire alle 9 di sera, a qualcun altro alle 3 del mattino. Il secondo fattore invece – la “pressione del sonno” – dipende semplicemente da quante ore è già sveglia una persona.

Intuitivamente verrebbe da pensare che le prestazioni cognitive migliori si dovrebbero ottenere a poca distanza dal risveglio, indipendentemente dall’ora in cui una persona si è alzata, perché in questo caso la pressione del sonno è molto bassa.

Secondo i dati di Schimdt invece non è così. La scienziata ha testato due gruppi, 15 mattinieri e 15 “gufi” – che nei giorni precedenti al test avevano dormito rispettando le proprie necessità naturali –. La prova sperimentale poteva avvenire 1,5 o 10,5 ore dal risveglio. I due gruppi dopo 1,5 ore di veglia avevano una performance comparabile, ma a 10,5 ore i “gufi” avevano i riflessi più pronti – i punteggi erano del 6% in media migliori -.

Questi dati, pubblicati sulla rivista Science, suggeriscono che la pressione del sonno cresce nel corso della giornata più velocemente negli individui con un’attitudine mattiniera, incidendo sulla prestazione cognitiva.

Le conseguenze di questo calo di prestazione hanno importanti implicazioni pratiche: le analisi del rischio attuali usano le ore in cui una persona ha lavorato per calcolare in quale momento delle giornata è più a rischio di avere un incidente. Lo studio di Schmidt però dimostra che un altro fattore da includere nelle analisi sono appunto le abitudini, mattiniere o serali, dell’individuo.

Crediti immagine: Asio otus, autore angusleonard, licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.0 Generico

(Fonte: Oggi Scienza La ricerca e i suoi protagonisti)

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di Andrea Romano

Anguis fragilis

Alla fauna d’Italia si aggiunge in questi giorni Anguis veronensis, una nuova specie di orbettino. La scoperta non è il frutto di recenti spedizioni in zone ancora inesplorate, ma di nuove e altamente precise analisi genetiche.

Gli orbettini (Genere Anguis) sono piccoli rettili squamati che, sebbene abbiano le sembianze dei serpenti in quanto sono del tutto privi degli arti, appartengono al sottordine Lacertilia, quello delle lucertole. Al momento, sono note solo quattro specie di tale genere, tutte eurasiatiche: A. fragilische vive in Europa occidentale e centrale, A. colchicadiffusa dall’Europa dell’est fino al Medio Oriente, A. graeca che si trova nella regione balcanica e A. cephallonica, esclusiva del Peloponneso.

Le popolazioni di orbettino italiane sono considerate appartenenti alla specie A. fragilis, ma un recente studio pubblicato sulla rivista Molecular Phylogenetics and Evolution ha proposto di elevarle al rango di specie a parte. Per giungere a tale conclusione, un gruppo di ricercatori, tra cui diversi italiani, ha condotto analisi filogenetiche sul DNA mitocondriale e nucleare prelevato da decine di esemplari di tutte le specie provenienti da ogni parte d’Europa.

I risultati indicano che tutti gli individui prelevati in Italia (insieme a quelli provenienti dalla Francia sud-orientale) formano un clade unico e ben distinto da quelli che identificano le altre specie. Inoltre, gli esemplari assegnati al gruppo italiano sono portatori di peculiari aplotipi, ovvero combinazioni di varianti alleliche strettamente associate tra loro lungo un cromosoma, la cui condivisione tra individui solitamente identifica un’origine comune. Infine, le popolazioni italiane manifestano differenze a livello morfologico, quali la lunghezza della coda e il numero di scaglie caudali, rispetto ad A. fragilis. Lo status di specie a parte viene dunque corroborato da tre evidenze diverse: i ricercatori propongono per la specie italiana il nome A. veronensis, resuscitando quello che era stato assegnato a questi organismi da Ciro Pollini nel 1818.

Le analisi indicano inoltre come la specie italiana si sia differenziata in tempi precoci nel corso della radiazione adattativa del genere Anguis: è possibile, conclude lo studio, che alla base dell’evento di speciazione abbia giocato un ruolo importante l’orogenesi alpina terziaria, mentre la diversità genetica ad oggi osservata potrebbe essersi generata all’interno di rifugi glaciali nella penisola italiana.

Crediti immagine: Marek bydg, Wikimedia Commons (Anguis fragilis)

(Fonte: Oggi Scienza La ricerca e i suoi protagonisti)

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di Stefano Dalla Casa

Curiosity Rover Arm Camera square

Curiosity Rover Arm Camera square

Marte ha un suolo eterogeneo, sia strutturalmente che chimicamente. Se riscaldato sprigiona molto vapor d’acqua, e si tratta di un’acqua un po’ diversa da quella terrestre poiché contiene più deuterio (un isotopo dell’idrogeno). Ci sono tracce di composti organici contenenti cloro, ma non è ancora possibile stabilire se si tratti di una contaminazione o se si tratti di composti genuinamente marziani. Questo alla fine quello che si celava dopo la montagna di speculazioni degli scorsi giorni.

SAM (Sample Analysis at Mars), l’apparato di strumenti per l’analisi dei campioni è il vero protagonista della conferenza stampa di oggi e tutti gli scienziati intervenuti oggi al Meeting della American Geophysical Union, in particolare il leader del team John Grotzinger hanno cercato di rendere la platea partecipe del loro entusiasmo: c’è un “laboratorio CSI su ruote” su un altro pianeta e i dati che ci arrivano sono i primi del loro genere, perché non è mai esistito prima un laboratorio più raffinato.

Ma po’ di delusione rimane, perché quando uno scienziato, John Grotzinger appunto, della NASA parla in radio di una scoperta storica sul Pianeta Rosso da parte del più avanzato rover mai costruito, si pensa inevitabilmente a una sola cosa: vita. Poco importa ricordarsi che la missione di Curiosity non è mai stata quella di cercare gli extraterrestri, ma (tra le altre cose) di determinare con precisione quanto il pianeta si presti al suo sostentamento, che è una cosa ben diversa.

Una volta accettato però che non poteva trattarsi di vita, è stata subito sollevata l’ipotesi più probabile: molecole organiche. Anche se Curiositycome ricordato dal direttore stesso del JPL mentre si trovava a Roma per una conferenza, non è comunque in grado di distinguere tra composti organici di origine biologica o meno, rimaneva comunque una bella scoperta che avrebbe forse riaperto un vecchio dibattito sulla presenza di aminoacidi in alcuni meteoriti di provenienza marziana.

Ma un comunicato della NASA, non esattamente tempestivo, ha smentito anche questa ipotesi.

Grotzinger, quasi tentando di giustificarsi per le aspettative deluse (bruciano ancora esperienze come qeulla della vita all’arsenico) ha cercato di far capire che con questa missione ogni giorno è una scoperta, tanto è nuovo quello che ora possiamo vedere.

(Quello che ho imparato da questo è che bisogna essere molto attenti a quello che si dice, e ancor più attenti a come lo si dice).

(Fonte: Oggi Scienza la ricerca e i suoi protagonisti)

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di: Andrea Romano

Se fosse chiamato delfino fantasma non ci sarebbe nulla di male, dal momento che vengono portate le prime evidenti prove della sua esistenza: la vicenda riguarda la balena dai denti a spatola, o meglio il mesoplodonte di Travers (Mesoplodon traversii), specie che non é mai stata avvistata (viva) in natura, ma di cui si sospetta l’esistenza da oltre un secolo, tanto che possiede una collocazione tassonomica ben definita.

Le prime testimonianze fugaci della specie risalgono alla fine del XIX secolo, quando una mascella fu rinvenuta in Nuova Zelanda ma poi confusa con quella di una specie affine. Nel secolo successivo altri due ritrovamenti ossei (due scatole craniche) hanno arricchito il povero record della specie, ma anche questa volta i resti non furono correttamente assegnati. Si è dovuto attendere solo il 2002 perché, grazie ad analisi sul DNA, i tre reperti fossero con certezza assegnati a questa enigmatica specie, di cui fino ad oggi non si conosceva l’aspetto.

Fino ad oggi, appunto. Un gruppo di ricercatori guidato da Kirsten Thompson dell’Università di Auckland, ha infatti analizzato il DNA di due individui, una madre con il suo piccolo, spiaggiatisi ad Opape Beach in Nuova Zelanda nel 2010. Ancora una volta, erano stati scambiati un’altra delle 20 specie note della famiglia degli Ziphiidae (che contiene anche il nostrano Ziphius cavirostris), di cui ben 13 sono note frequentare le acque profonde a largo della Nuova Zelanda. Per fortuna, gli scopritori ne hanno raccolto campioni di tessuto e scattato fotografie, ora sulla copertina della rivista Current Biology su cui sono stati pubblicati i risultati.

Le analisi confermano che il DNA due individui è perfettamente compatibile con quello dei tre reperti ‘storici’: abbiamo dunque le prime informazioni riguardo l’aspetto di quello che è stato battezzato il ‘più raro dei mammiferi’. Come le specie affini, balena dai denti a spatola può superare i 5 metri di lunghezza e solo poche caratteristiche morfologiche la distinguono dai suoi parenti stretti: tra queste, la colorazione del rostro grigia scuro tendente al nero, le pinne scure e una piccola macchia nera vicino agli occhi.

Quello che invece rimane ancora oscuro sono le sue abitudini e le sue caratteristiche ecologiche: si pensa che, come tutti gli appartenenti alla famiglia, sia una specie adattata alle immersioni ad elevatissime profondità e che si nutra prevalentemente di cefalopodi. Per il resto, nulla. Gli enigmi sul delfino fantasma continuano…

Riferimenti:
Kirsten Thompson, C. Scott Baker, Anton van Helden, Selina Patel, Craig Millar, Rochelle Constantine. The world’s rarest whale. Current Biology, 2012; 22 (21): R905 DOI: 10.1016/j.cub.2012.08.055

(Fonte: Oggi Scienza la ricerca e i suoi protagonisti)

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Neutrini sott’acqua

Pubblicato: 27 marzo 2012 da Redazione pse in ScientificaMente
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di Daniela Cipolloni

A largo di Capo Passero, la punta più a sud della Sicilia, sta per esser avviata la costruzione di un grande telescopio sottomarino a 3.500 metri di profondità, destinato a captare le particelle più elusive dell’Universo, i neutrini di altissima energia provenienti dai confini più remoti della Via Lattea. Anche se non viaggiano più veloci della luce (come i dati preliminari dell’esperimento Opera avevano lasciato intendere), i neutrini serbano comunque una miniera di segreti ancora da scoprire. Il progetto europeo, al quale l’Italia partecipa con l’Istituto nazionale di fisica nucleare grazie a un finanziamento di 20,8 milioni di euro, si chiama Km3NeT (acronimo che sta per “telescopio per neutrini di chilometri cubici”) ed è una delle ricerche di punta individuate dalla Commissione Ue per la fisica del futuro. Una volta ultimata, l’opera sarà la seconda più maestosa dopo la Muraglia Cinese. Di questo e delle altre avventure in corso all’acceleratore Lhc di Ginevra, si è parlato il 24 marzo a Catania in occasione della conferenza “Esploratori dell’invisibile”, organizzata dall’Infn, alla quale si sono prenotati più di 1.200 studenti (www.infn.it/lhcitalia/).

Costruire un telescopio sott’acqua può sembrare bizzarro: perché mai scegliere il fondale marino come location? “Abbiamo bisogno di schermare i raggi cosmici”, spiega Emilio Migneco, coordinatore del progetto Km3Net. I chilometri d’acqua sopra l’antenna, in pratica, svolgeranno la stessa funzione della montagna che sovrasta i laboratori nazionali del Gran Sasso. “A differenza delle altre particelle, i neutrini interagiscono pochissimo con la materia e possono attraversarla indisturbati”. Compito di Km3Net sarà fotografare il passaggio subacqueo dei neutrini, o meglio i lampi (effetto Cherenkov) emessi nelle rare collisioni dei neutrini con le particelle di materia. Dalla traiettoria di queste scie luminose che s’accendono nelle profondità marine, i fisici sono in grado di risalire al percorso dei neutrini e seguirli a ritroso fino alla loro origine cosmica, come collisioni cosmiche o esplosioni di supernovae.

“L’occhio del telescopio sarà costituito da 12 mila sfere di vetro capaci di resistere fino a 600 atmosfere di pressione. Ogni sfera è dotata di 31 fotomoltiplicatori, disposti lungo 300 torri verticali alte 1000 metri, che andranno quindi a coprire un’area di svariati chilometri quadrati, da cui il nome del progetto”, prosegue Migneco. Ecco come funziona. “I sensori fotomoltiplicatori ricevono il segnale luminoso e lo trasformano in segnale elettrico, che viaggia lungo un cavo sottomarino in fibra ottica fino alla stazione a terra, a 80 km di distanza, dove il segnale verrà elaborato”.

Dal punto di vista ingegneristico e tecnologico, l’impresa è ambiziosa. “Per la costruzione di Km3Net useremo anche robot sottomarini teleguidati”. Ma può contare sull’esperienza maturata grazie ai progetti piota AntaresNestor eNemo, realizzati rispettivamente al largo di Tolone (Francia), Pylos (Grecia), e in Sicilia.

Tra quattro anni le prime torri dovrebbero esser pronte a ricevere i neutrini. “Ci aspettiamo di scoprire da dove hanno origine queste enigmatiche particelle”, dice Migneco. “Potremmo scoprire fenomeni ancora sconosciuti”. Si apre una nuova finestra, o meglio un oblò, sull’Universo.

Crediti immagine: INFN

(Fonte oggiscienza.wordpress.com)

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L’Italia? Un Paese fragile

Pubblicato: 31 ottobre 2011 da Redazione pse in ScientificaMente
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di Laura Pulici

AMBIENTE – Le frane in Italia non sono certo una rarità.  Soltanto nel 2010 si sono verificati 88 eventi franosi che hanno causato 17 vittime, 44 feriti e 4.431 sfollati.  La frana in Val Venosta, che ha fatto deragliare un treno di pendolari, e il crollo di un costone di roccia a Ventotene, che ha travolto una scolaresca in gita, sono solo alcuni dei fatti più recenti che hanno segnato gravemente l’Italia.

Negli ultimi 50 anni più di 6.000 persone sono morte a causa di frane e smottamenti. Tra le regioni più colpite troviamo il Trentino Alto Adige, la Liguria, la Campania, la Lombardia, la Toscana, la Sicilia e la Calabria.

Il nostro territorio è molto “fragile”. A dirlo sono i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra): il 70,5% dei comuni è coinvolto da fenomeni franosi, di questi 2.940 presentano un rischio molto elevato. Lungo la Penisola sono inoltre segnalati 1.806 punti critici nel tracciato ferroviario soprattutto in Calabria, Liguria e Abruzzo e 706 in quello autostradale. Secondo la mappatura realizzata dal progetto IFFI (Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia) dal 1116 al 2006 ci sono state più di 480.000 frane, contro le oltre 700.000 dell’Unione Europea.

Tra le cause del dissesto idrogeologico non ci sono solo le precipitazioni intense e i terremoti, ma anche fattori antropici come il disboscamento e l’abusivismo edilizio.

In termini economici, tra danni e opere di ripristino, le frane costano all’Italia circa 1 miliardo di euro all’anno.  E se allarghiamo l’orizzonte ai Paesi industrializzati, i danni provocati dal dissesto idrogeologico superano i 6 miliardi di euro.  Secondo gli esperti dell’Ispra, che hanno partecipato al II Forum Mondiale sulle Frane organizzato agli inizi di ottobre a Roma, il dato mondiale è sottostimato in quanto non sono disponibili informazioni relative ai Paesi in via di sviluppo.

Anche se diversi studi hanno dimostrato che porre rimedio ai danni causati dalle frane costa in media 10 volte di più rispetto all’attivazione di misure di prevenzione e di controllo, in Italia non c’è ancora una difesa del suolo e un’attività di gestione del rischio in tempo di pace.

(Fonte: http://oggiscienza.wordpress.com)

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di Matteo Soldi

Sistema planetario Kepler-16

Niente fantascienza, questa è realtà: si chiama Kepler-16b ed è un pianeta che orbita attorno a un sistema di due stelle più piccole del Sole, un fenomeno mai osservato direttamente prima d’ora. Sicuramente non ospitale, infatti il pianeta è un gigante gassoso poco più piccolo di Giove e gelido e distante 200 anni luce dal Sole, rappresenta probabilmente una scoperta che allargherà gli orizzonti della conoscenza sulla formazione di sistemi planetari attorno ad altre stelle.

Lo ammetto: un po’ ci sono cascato anch’io. Press conference, notizia sotto embargo, la NASA che fissa un annuncio in pompa magna per una scoperta che riguarda il telescopio spaziale Kepler, che ha il compito di cercare pianeti extrasolari e in particolare gemelli della Terra, ho pensato: “ci siamo, annunceranno la scoperta di una nuova Terra”. E invece non è stato proprio così o meglio la scoperta c’è, ed è anche di notevole importanza, ma almeno per questa volta niente gemelli terrestri ne tantomeno omini verdi.

Niente alieni ne pianeti gemelli alla Terra quindi, ma quella annunciata oggi dagli scienziati della missione Kepler della NASA, e pubblicato sulla rivista scientifica Science è la scoperta di un pianeta extrasolare, ovvero un pianeta orbitante attorno a una stella diversa dal Sole… oups non attorno a una stella, ma bensì a due.

C’è un occhio speciale che da due anni è alla continua ricerca di pianeti extrasolari, si chiama Kepler ed è un telescopio spaziale in grado di rilevare la minima eclisse causata dal transito di un pianeta davanti alla propria stella. Già in grado di rilevare transiti di più pianeti attorno a una stella, nel caso di Kepler-16b il telescopio spaziale è riuscito a rilevare il transito di un pianeta che orbita non attorno a una ma a due stelle.

Kepler-16b è un pianeta gigante gassoso, distante qualche centinaia di milioni di kilometri dal sistema stellare doppio Kepler-16A e Kepler-16B, distanza paragonabile a quella del pianeta Venere rispetto al Sole nel Sistema Solare. I ricercatori ipotizzano che si sia formato dall’aggregazione di gas e polveri residui dalla nube stellare dalla quale ha avuto origine l’intero sistema. Kepler-16b impiega circa 229 giorni a compiere un’orbita completa attorno alle due stelle, che hanno una massa inferiore a quella solare, rispettivamente il 20 e il 69%, il che implica anche una minore temperatura stellare rispetto al Sole. Questa caratteristica fa si che Kepler-16b, anche se relativamente vicino alle stelle del sistema si trovi fuori dalla fascia di abitabilità, ovvero quella zona dove può mantenersi acqua allo stato liquido, requisito fondamentale per lo sviluppo della vita come la conosciamo qui sulla Terra.

L’importanza di questa scoperta risiede nel fatto che mai prima d’ora era stato osservato direttamente il transito di un pianeta attorno a un sistema stellare doppio, finora si erano individuati, con metodi indiretti, solo pianeti che orbitavano attorno a una delle stelle del sistema. Per Kepler-16b i ricercatori del team di Kepler guidati da Laurance Doyle del SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) Institute in California, hanno osservato una variazione di luminosità anche quando le due stelle, in orbita l’una attorno all’altra, non si stavano eclissando, il che indicava la presenza di un terzo corpo. Ulteriori calcoli hanno permesso di determinare la presenza del pianeta in orbita attorno all’intero sistema.

“Kepler-16b è senza dubbio il primo pianeta gioviano scoperto in orbita circumbinaria attorno a due stelle di tipo ‘normale’, una della quali non molto diversa in caratteristiche dal nostro Sole”. Commenta così la scoperta Alessandro Sozzetti ricercatore dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Torino, “la scoperta è particolarmente importante. Infatti, se sistemi planetari si possono formare attorno ad ogni tipo di sistema stellare, l’ubiquità dei sistemi di stelle nella nostra galassia, inizialmente non ritenuti ambienti ideali per la formazione di pianeti (un probabile residuo di ‘Terracentrismo’!),
implica chiaramente che le possibilità di realizzazione di pianeti di tipo terrestre e abitabili sono molto maggiori di quanto si pensava solamente fino a ieri!”.

Oltre al team della missione Kepler alla conferenza stampa nella quale è stata annunciata la scoperta di Kepler-16b era presente anche un “intruso” speciale ovvero John Knoll, visual effects supervisor della Industrial Light and Magic, uno spin-off della Lucasfilm, la casa di produzione cinematografica di George Lucas, il padre di Star Wars. Knoll è intervenuto proprio a sottolineare quanto Kepler-16b somigliasse a Tatooine il pianeta natale della famiglia Skywalker, immaginato nella pellicola di Lucas, come un pianeta immerso anch’esso in un sistema di stelle binarie anche se con qualche differenza rispetto al sistema di Kepler-16b. Inoltre Knoll ha sottolineato come molto spesso la fantascienza anticipi alcune scoperte scientifiche, “tuttavia, il più delle volte, le scoperte scientifiche dimostrano di essere più spettacolari di qualsiasi cosa osiamo immaginare”. E di come “scoperte scientifiche come queste influenzino e ispirino sceneggiatori cinematografici e scrittori di fantascienza”, conclude John Knoll.

C’è però da dire una cosa: un annuncio del genere arriva casualmente a ridosso del lancio del nuovissimo cofanetto in Blu-ray rimasterizzato e ridigitalizzato di Star Wars, i più malpensanti penseranno che la notizia potrà essere stata usata come un ottimo lancio pubblicitario quasi studiato a tavolino per questa “nuova” creatura di Lucas, ma noi ovviamente no.

Qui e qui potrete guardare due video che ricostruiscono l’orbita del sistema binario col suo pianeta.

(Fonte: http://oggiscienza.wordpress.com)

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